#oggiparliamocon...Nicola Vanacore

07.04.2015

Oggi parliamo di ricerca e reputazione con il Prof. Nicola Vanacore, Ricercatore presso il Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute dell’Istituto Superiore di Sanità.

 

1.    Oggi la ricerca scientifica in ambito medico si basa sulla “Evidence Based Medicine”. Ci può spiegare brevemente in cosa consiste e come mai è ritenuta, dalla comunità scientifica, così importante?

Il movimento EBM nasce agli inizi degli anni ’90 e si propone di esercitare la professione sanitaria integrando tre componenti: la produzione e l’acquisizione delle evidenze scientifiche con l’uso del metodo scientifico; l’esperienza clinica dell’operatore e i desiderata del paziente. La pratica EMB si basa quindi sull’insieme e l’integrazione di queste tre componenti.  Questo approccio è molto importante per una comunità di professionisti sanitari in quanto richiede sempre l’onere della prova per chi propone un trattamento terapeutico ma in generale rende l’intero processo terapeutico trasparente e trasmissibile. Inoltre si afferma che le pratiche sanitarie non possono essere ricondotte al solo uso del metodo scientifico ma componenti essenziali sono anche l’esperienza e la relazione con il paziente. In sintesi la pratica della medicina può essere definita come un connubio di scienza e di arte.

 

2.      La ricerca sembra un ambito prettamente riservato alla medicina allopatica, in particolare ai nuovi farmaci. Che rapporto c’è con l’osteopatia, una medicina non convenzionale basata su specifici trattamenti manuali?

In realtà la rivoluzione culturale in corso in medicina è proprio quella di allontanarsi da una visione esclusivamente farmaco e medico-centrica andando invece nella direzione di richiedere l’onere della prova anche per i trattamenti comunemente definiti “non farmacologici” e in tale ambito ricade senza dubbio l’osteopatia. Inoltre si sta assistendo sempre più ad un’integrazione nel mondo della ricerca tra metodi quantitativi e qualitativi. Nel 2014 sono state diffuse ad esempio le raccomandazioni sulla Medicina Narrativa che vedono proprio nell’integrazione dell’EBM e dell’evidence based narrative (EBN) una possibilità concreta di migliorare le pratiche terapeutiche.

 

3.      Quindi anche l’osteopatia entra a pieno diritto nelle aree di competenza della Ricerca basata sulle evidenze. Significa che ci sono pubblicazioni scientifiche. Di che numeri stiamo parlando e che peso hanno nella comunità scientifica?

Si è proprio così….basta rilevare la quantità e la qualità delle evidenze sulla medicina osteopatica che sono state pubblicate su PubMed, il sito di riferimento della comunità scientifica internazionale,  negli ultimi anni. Stiamo parlando di qualche centinaia di articoli, alcune decine redatti anche da osteopati italiani. E’ ovvio che questo processo in atto di produzione e sintesi delle evidenze scientifiche riguarda le comunità di osteopati di diversi paesi e necessita di un impulso costante e di investimenti specifici nella ricerca e nella formazione.

 

4.    Appurato che anche l’osteopatia è terreno fertile per la ricerca, che valore aggiunto può dare quest’ultima alla costruzione del suo valore terapeutico?

Ritengo che l’osteopatia possa integrare in diverse patologie l’approccio terapeutico tradizionale. Ormai la ricerca osteopatica ha prodotto delle evidenze che possono essere trasferite nella pratica osteopatica corrente. Vorrei sottolineare che solo una ricerca realmente traslazionale risulta essere di qualche utilità per un paziente. La ricerca in medicina infatti consiste nella produzione di nuove conoscenze generalmente su gruppi di persone e del trasferimento di queste al singolo paziente del mondo reale. Non esiste quindi una contrapposizione tra ricerca e pratica clinica corrente.

 

5.      Può quindi avere un ruolo anche nel tema del riconoscimento dell’osteopatia quale professione sanitaria?

Penso che solo producendo maggiori conoscenze osteopatiche e di qualità si possa sostenere maggiormente il riconoscimento dell’osteopatia quale professione sanitaria. In tal senso ho accettato con piacere la collaborazione con il ROI al fine di promuovere la cultura scientifica basata sulla documentazione dell’attività osteopatica, sulla capacità critica di valutare le evidenze scientifiche prodotte dalla comunità osteopatica nazionale ed internazionale e sulla possibilità di creare evidenze scientifiche conducendo studi su specifici temi della pratica osteopatica.

 

6.   Vista la sua esperienza più che ventennale di ricercatore, quali possono essere le basi da cui partire per fare una ricerca in ambito osteopatico?

 

Come sempre da un’ipotesi di lavoro, e quindi dall’esercizio del dubbio, con una definizione poi degli obiettivi dello studio e degli end-point. In seguito vanno definiti  i criteri di inclusione e di esclusione dei pazienti e poi un calcolo della dimensione campionaria che implica una valutazione di tipo statistico sul numero di soggetti da includere per poter osservare, in base all’entità dell’effetto terapeutico stimato, una differenza significativa tra chi è trattato e chi non lo è. Appare quindi vitale investire nella formazione scientifica degli osteopati ed in tal senso cercherò di  dare un contributo alla crescita della cultura scientifica osteopatica in  Italia.